sabato 12 gennaio 2013

Per fare musica... ci vuole orecchio?

Allibita.
Per 5 anni mio figlio ha cantato canzoncine, e poi partecipato al concerto di fine anno della scuola.
Canzoncine, da bambini, un coro un pò bello, un pò stonato, nel quale mio figlio si imbarazzava, si nascondeva in mezzo agli altri quando era sul palco.
C'è a chi piace esibirsi, a chi proprio non va giù.
Mica siamo tutti uguali.
Eppure il concerto di fino anno s'ha da fare, che ci piaccia o no.
Ed a me spiace per quei bambini che salgono sul palco, soffrendo.
Dopo 3 mesi di pura vacanza, costellati per altro da compiti per mantenere l'allenamento, ecco il salto nel buio di questa scuola media pubblica.

Le canzoncine ce le siamo lasciate alle spalle, ora si vola alto.
Era così bello sentire il mio primogenito che ci deliziava con la musichetta imparata ed eseguita col suo flauto (piffero), ora invece devo interrogare l'altro mio figlio su questo testo che, per vostra pura gioia, ho ricopiato integralmente dal quaderno di mio figlio. Perdonate i soliti miei errori di stampa.
Testo dettato in classe dall'insegnante, e dovuto imparare dai ragazzini di prima media.
Mi piacerebbe conoscere il vostro parere in merito.

Buon divertimento e... Buon week end!



MUSICA GRECA
Quando si parla di musica greca,più che alla musica in se della quale poco o nulla rimane, si accenna piuttosto alla concezione che della musica ebbero i greci, concezione trasmessaci attraverso un complesso (una serie) di notizie: leggendarie, storiche e letterarie.
Se anche non si aggiungessero gli scritti filosofici e politici a provarci l’importanza della musica tra i greci basterebbero le antiche leggende come testimonianze del potere immenso che le veniva attributo (dato).
Orfeo che trascinava i sassi le piante e le belve con il suo canto.
Arfione, che i delfini, evocati dal suo canto, salvarono dalla morte cui l’avevano condannato i pirati; Anfione che costruì le mura di Tebe a suon di musica: ecco alcune di queste leggende, tutte concordi nell’assegnare alla musica un potere quasi soprannaturale, potere non soltanto emotivo ma addirittura di fascinazione delle facoltà volitive.
E la loro singolare testimonianza è confermata dagli scritti posteriori dei massimi filosofi greci.
Tanto che viene da supporre che i greci possedessero una sensibilità musicale enormemente maggiore della nostra, che quasi si è tentati di cercare una ragione fisiologica di questo fenomeno.
Tanto più che la musica greca, per quel poco che ce ne rimane (sette canti ed alcuni frammenti), non pare dovesse essere molto progredita, anzi ci appare in uno stato piuttosto rudimentale.
Povera di strumenti (che non poche varianti) si riducevano a due tipi, uno a fiato (l’aulos) e l’altro strumento a corde, la lira, priva di qualsiasi nozione di armonia essa aveva un fare timido ed esitante: la melodia si muoveva a piccoli intervalli, con frequenti ritorni sulla nota centrale, quasi timorata di smarrirsi; scarsa la vivacità del ritmo legata strettamente alla recitazione secondo gli schemi metri ci della poesia.
Si è stabilito che l’elemento primario della musica era il tetracordo, cioè un insieme di 4  suoni comprendenti due toni ed un semitono, e che si usarono con il tempo, successioni di 2 tetracordi uguali, cioè aventi il semitono nella stessa posizione: l’insieme di 2 tetracordi formava un’armonia corrispondente, all’incirca, ad una nostra scala discendente.
Ma mentre la nostra sensibilità moderna si è ridotta a percepire soltanto due modalità della …. , maggiore e minore, i greci invece ne conoscevano tante quante erano le posizioni che poteva assumere il tetracordo, ed ognuna si distingueva con il nome della regione dove è stata per prima usata.
Le armonie, Lidia, Frigia, Dorica, avevano il semitono rispettivamente in prima, seconda e terza posizione.
LIDIA             FRIGIA                      DORICA
Do                  do                   do
Si                    si                     si
La                   la                    la
Sol                  sol                  sol
Fa                   fa                    fa
Mi                   mi                   mi
Re                   re                    re
Do                  do                   do
Successive elaborazioni portarono alla creazione di modi derivati: ipolidio, iperlidio, ipofrigio, iperfrigio, ipodorico ed iperdorico.
Appunto questi 9 modi costituirono il genere diatonico che è il più semplice e facile d’esecuzione; più tardi con l’affinarsi della sensibilità psicologica e musicale, il numero dei semitoni aumentò nell’uso dei musici più arditi ed innovatori e l’intervallo di quarta giusta in cui è contenuto il tetracordo venne diviso in maniera sempre più regolare e cervellotica.
Si formò il genere cromatico, nel quale il tetracordo è costituito da un intervallo di terza minore e due semitoni, poi a sua volta sopravanzato nell’uso del genere enarmonico, costituito da un intervallo di terza maggiore e due quarti di tono. Ciò avviene ad opera di artisti raffinati quali Timoteo ed Europide che Aristofane deride per le loro futuristiche riforme musicali.
Questi due generi frutto di particolari condizioni di civilizzazione superintellettuale, non vissero a lungo nonostante il grande rumore polemico che produssero e furono superati in durata dal genere diatonico.
Come è noto, musica e poesia furono strettamente unite in Grecia da Omero, rappresentato come cantore cieco che si accompagnava sulla cetra, fino ai lirici, parole e musica nacquero contemporaneamente dal cuore di un solo artista; raramente esse furono aggiunte (???) : probabilmente la poesia gnomica ( poesia contenente precetti morali), come sostiene il Fraccaroli, per il suo carattere pratico, fu separata dalla musica. Questa poi si sa che veniva eseguita anche da sola, cosicchè il nomos (pezzo di musica) veniva detto citarodico o aulodico se uno di questi due strumenti accompagnava la voce umana.
Intanto acquistava importanza e si avviava a perfezione la danza, l’arte che  esprime i sentimenti per mezzo del gesto e del corpo una come accade che poesia, musica e danza di unirono in un solo complesso artistico da cui nacque e si sviluppò la tragedia?
E’ certo che la tragedia ha origine religiosa dal sacrificio di un caprone sull’altare del dio Dionesio, del quale un sacerdote narrava le vicende terrene.
Questo racconto cantato era denominato ditirambo , e andò man mano evolvendosi fino a perdere ogni rapporto con Dioniso  e il suo culto; tutto ciò divenne semplicemente un racconto, dialogato tra un personaggio ed un coro, di qualche fatto leggendario. Come si capisce in modo evidente, sta nascendo la tragedia greca, anche se il coro che all’inizio era il vero protagonista della scena, nell’evoluzione della tragedia stessa perdere via via importanza. Allora si immagina, tirando in campo anche il fatto che Dioniso fosse il dio dell’ebrezza e dell’esaltazione artistica, che la folla che attorniava il sacerdote o dicitore, in preda ad una mistica eccitazione, commentasse la narrazione del sacerdote stesso con canti e danze.
Quindi, ci rendiamo conto che in origine la visione scenica dello spettacolo fosse in buona parte, immaginata e che quindi  non esistesse nella realtà.
Il dio Dioniso è il simbolo della volontà “primogenia di esistere” dell’individuo.
MUSICA E POESIA
Avendo ben compreso l’indissolubile unione di musica e poesia nell’antica Grecia, la storia della poesia è storia della musica, e le forme poetiche (prosodi, embateri, iperchemi, epitalami, ditirambi, elegie, ode, peana, trene, epinicio, eccetera) sono forme musicali.
Il trapasso dalla lirica melica alla lirica corale si comprende solo considerando il tutto sotto il punto di vista musicale. Poeti si distinsero per alcune riforme musicali: Terpandro, che aumentò da 4 a 7 le corde della lira. Stesicoro, fu riformatore di cori, Arione lesbico, perfezionatore del ditirambo.
E al massimo poeta lirico si attribuisce uno dei pochi frammenti di musica greca pervenutaci, in particolare il preludio della prima ode pitica di Pindalo.
Un frammento del primo strasimo dell’ Oreste di Euripide è scritto in sistema enarmonico .
Notevoli monumenti musicali del II secolo a.C. sono i due inni delfici scoperti nel 1893 fra le rovine del tesoro degli ateniesi a Delfi. Il primo inno è incompleto, il secondo (opera di un certo Limenio, ateniese) è una casta composizione in otto sezioni di diseguali lunghezza. Nel 1883 a Tralles, in Asia minore, si ritrova l’epitafio di Sicilo, su 2 versi di sapore epicureo (versi scritti nello stile del poeta Epicuro):
“fino a quando vivi splendi.
niente ti affligga troppo.
la vita dura un attimo.
Il tempo richiede il suo tributo.”


2 commenti:

  1. Ciao, mi piace il tuo blog ! Mi iscrivo...e ti giro pure un premio, seppur virtuale. Spero ti faccia piacere, lo trovi qui:
    http://coccoledidolcezza.blogspot.it/2013/01/panna-cotta-alla-liquiriza.html

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  2. Scusa che classe frequenta tuo figlio? La prima media, vero? Non è un brano troppo complicato per ragazzini di quell'età? Cosa è rimasto in lui se non solo delle nozioni?

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